se vieni ai nostri piedi
nelle notti dell’inverno,
e guardi quelle stelle
attraverso i nostri rami,
noi ti mostreremo
che i rami spogli e martoriati
sono sentieri per le stelle,
torrenti che congiungono
il caos del firmamento,
dandogli senso in un istante

spendiamo il tempo e l’energia
per farci sempre più leggeri
e nel tempo dell’addio,
le foglie cascano nell’erba
con carezze impercettibili:
la leggerezza, le salva da quel male,
da uno schianto doloroso
e una volta perso il peso,
il vento poi le premia
portandosele altrove
tutta questa confusione
di rami storti e irregolari,
ha un senso ben preciso:
è la rete che impieghiamo
per raccogliere la vita.
chi non lo scorda, non conoscerà vergogna
ed otterrà il perdono,
perché avrà usato ogni stranezza
per lanciare alta la sua anima,
forte come un tronco

non ci serve il movimento,
perché noi sentiamo tutto
ed è così che quel che abbiamo
ci basta e ci arricchisce.
immobili e essenziali,
cresciamo senza fine
e pur tra mille dubbi,
senza conoscere lo scopo,
sappiamo sempre dove andare

non si mettono le foglie
perché intorno hai solo alberi
o perché c’è chi sa apprezzarle,
ma perché non puoi farne a meno
e non può essere altrimenti.
le foglie, vanno messe e basta:
ci si preoccupa soltanto
di restare sempre a terra,
mai lontani
da quel che ci fa vivere

il tronco duro,
ruvido e pesante
e le foglie inconsistenti,
esili e leggere,
si servono a vicenda:
la forza in noi lavora
per produrre morbidezza
e la leggerezza non ha scopo
se non accrescere la forza
ogni ramo che mi spunta
cercando compagnia,
si spezza facilmente
e se mi fa tanto male,
è perché mi lascia ancor più solo;
ma io, tenterò fino alla fine
e per ogni ramo che si stronca,
crescerò sempre più in alto,
perché io so che ogni dolore
non fa che spingermi alla meta

non c’è molta differenza
fra i rami e le radici;
forse i nostri rami
sono radici per il cielo:
siamo noi che lo reggiamo,
che gli diamo il nutrimento;
siamo le sue ancore
e quando verrà il tempo,
salperemo insieme a lui

per il cielo abbiamo i rami
e per la terra le radici:
in entrambi i regni,
c’è il sostegno e il nutrimento,
nel buio e nella luce,
ma il nostro fine è crescere
sempre verso l’alto,
nutrirci nell’oscuro
per andare verso il sole

se fossimo persone,
sentiremmo poco e niente
e per questo,
non ci basterebbe nulla;
ma noi siamo alberi:
noi non sappiamo,
noi sentiamo e basta
ed è per questo
che in questa vita semplice,
siamo sereni e soddisfatti
il tempo passa
e sul tronco lascia crepe
come fiumi ormai asciutti,
ma quelle ferite,
le indossiamo con orgoglio
perché ci hanno reso quel che siamo,
belli, come statue
che il tempo ha lavorato,
forti, come il legno intatto
che resta sotto le cortecce


la vita scorre e c’abbandona
ma quel che lascia,
non è odio né tristezza;
ciò che resta,
è un carcere distrutto,
questa gabbia esplosa
di rami secchi e storti
infranti come sbarre,
che porta in alto un cuore libero
nella coppa di più mani

se non sai cosa scegliere,
ti dirò che non importa,
purché tu non scordi mai
che “Albero” è il tuo nome:
così, dovunque te ne andrai,
sempre sarà bene,
perché i tuoi rami cresceranno
comunque verso il sole,
senza andare mai lontano
dalle radici che ti reggono

il cielo inizia
dove la terra cede il passo;
non è distante
e noi ne siamo parte,
come invetriate,
sostegno ed ornamento,
come costole,
scheletro portante
che protegge questa vita,
indispensabile e invisibile


non importa
se si spezzano i rametti,
perché tanto abbiamo un tronco
duro e persistente
da cui altri ne verranno;
e poi, soltanto quegli estremi
così fragili e leggeri,
sanno crescere le foglie,
canto e meraviglia
che ci fa splendere nel sole

ogni ramo
che si spinge verso l’alto,
è sempre solo;
la sua battaglia è solitaria
e può sentirsi strano,
inutile e sbagliato;
ma sempre, appartiene a un albero
di cui è la conseguenza,
il senso più alto e naturale,
assieme ad altri rami
tra la luce e il buio,
tra la gioia ed il dolore,
noi siamo contenti
di essere quelli
che fanno scorrere ogni cosa,
parte attiva e spettatori
e un po’ ridiamo e un po’ piangiamo
riconoscenti ed incantati,
sempre
coi brividi nel cuore

per combattere l’inverno,
bisogna perdere le foglie:
non importa se fa male
perché solo allora,
col corpo nudo,
coll’anima spoglia,
riscoprirai la tua energia,
quella più vera, quella più nascosta
e senza orpelli,
sarai pronto ad affrontarlo

le ferite, gli spacchi sul mio tronco,
sembrano folli e incomprensibili
ma col tempo, il loro caos
ci porta a nuove altezze,
a rami lisci e luminosi;
infatti, salendo su nel cielo,
restano soltanto dei puntini,
come un braille,
che finalmente può spiegare
qual è il senso del dolore

quando verrà il tempo
che ci porta via le foglie
e ci fa a pezzi quando vuole,
noi dimostreremo
che in rami rotti e depredati,
spolpati come lische,
ci sono i remi per l’azzurro;
che in quei tristi moncherini
ci sono impavidi scalini
che dalla terra vanno in cielo

